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- Articolo di Massimo Catalucci - - -

Una locuzione latina recita così: “Verba volant, scripta manent”, che tradotto in italiano significa, “le parole volano, gli scritti rimangono”, stando ad indicare che le parole dette, non hanno valore. Forse, da un punto di vista legale e in termini contrattuali, ciò che è detto verbalmente, non ha valore ma, sappiamo anche, che in circostanze giuridiche la frase di rito che viene pronunciata nei confronti di un accusato esprime, al contrario, il valore che hanno le parole da lui dette, ed in fatti lo si avverte così: “Ha il diritto di rimanere in silenzio. Tutto quello che dirà potrà essere usato contro di lei in tribunale”.

Quindi, le parole dette hanno un loro “peso specifico”? Evidentemente, si!!!

A questo, possiamo aggiungere anche, che le parole vengono definite come dei ponti di collegamento tra la nostra realtà interiore e ciò che è al di fuori di noi. Esse esprimono, sia da un punto di vista verbale che grafico, non solo il “contenuto letterale” di un messaggio (ovvero spiegano l’oggetto della verbalizzazione: “cosa”), contestualmente, anche il nostro stato d’animo, le nostre emozioni (come ci sentiamo quando noi le utilizziamo o quando le utilizzano altri verso di noi).

Gli esempi qui poc’anzi riportati, vogliono solo porre l’accento sulla riflessione del potere che le parole hanno quale valore positivo o negativo nel momento in cui vengono pronunciate.

Di queste dinamiche comunicative, se ne è parlato in un workshop mercoledì 17 aprile, nel consueto appuntamento mensile con la Formazione e Crescita Personale che la NLS Academy, organizza per i propri iscritti.

La serata formativa è stata condotta da uno dei formatori più quotati a livello nazionale, riguardo il “potere della comunicazione persuasiva”, Raffaele Galasso.

Quante volte sarà capitato ad ognuno di noi ascoltare persone che incantano con le loro parole per cui potremmo stare lì a prestargli attenzione per molto tempo? Come fanno alcune persone ad utilizzare parole che coinvolgono e ci motivano a fare qualcosa di speciale, oppure che ci demotivano a fare? Come fanno le parole a trasformare uno stato d’animo positivo in negativo e viceversa?

Queste sono alcune della domande a cui Galasso ha risposto nel corso del suo intervento formativo. In particolare ha voluto fissare un concetto di base che pone le parole come “etichette” indispensabili per gli esseri umani per comunicare tra loro.

Per intenderci, se usiamo la parola “bicchiere”, in qualsiasi lingua la traduciamo, di fatto il riferimento interno che avremo è la proiezione di un stesso oggetto “equivalente” per tutti noi. Quindi, le parole possono essere considerate di base, “etichette” che ci facilitano la comunicazione e apparentemente, come nell’esempio del “bicchiere”, non dovrebbero provocare nessuna reazione degna di nota  quando le pronunciamo o quando sentiamo che qualcun altro le pronuncia, se non quella di farci comprendere l’oggetto della conversazione.

Ma è sempre così?

Facciamo quest’altro esempio. Immaginiamo che alla pronuncia della parola “bicchiere”, proviamo un senso di fastidio fisico, perché in passato, senza ricordarlo nel presente consciamente ci è accaduto che ci siamo feriti con un “bicchiere”. Ecco che quella parola, assume un significato emotivo ben preciso per noi, perché riaccende, in modo evocativo dei contesti di vita vissuta.

Questo vuole essere solo un esempio che, però, ci permette di riflettere ulteriormente, su come  dovremmo non solo fare attenzione a ciò che diciamo e come lo diciamo quando comunichiamo, bensì, dovremmo fare attenzione anche a cosa accade in noi e dalla parte del nostro interlocutore, emotivamente parlando, quando pronunciamo delle frasi o delle semplici parole. Quale reazione emotiva scateniamo in noi e/o negli altri? Ecco che, oltre alle parole dette, dovremmo prestare molto ascolto, inteso come attenzione non solo uditiva e a come risponde verbalmente il nostro interlocutore nel corso della conversazione che abbiamo intrapreso, bensì, anche al suo comportamento, atteggiamento, per capire come lo stesso risponde alle parole da noi pronunciate e modificare, laddove ce ne fosse bisogno, oppure rafforzare la nostra conversazione, nel primo caso con parole diverse e nell’altro con parole simili a quelle utilizzate.

Il potere delle parole è immenso e può determinare successi ed insuccessi, dipende da come viene da noi utilizzato.

Ci sono persone che sanno utilizzare magistralmente le parole per evocare, attraverso l’espressione verbale, stati emotivi di ogni genere. Si pensi ad esempio alle sinestesie poetiche: “Dai calici aperti si esala l’odore di fragole rosse”. In questa frase della nota poesia di Pascoli, “Il Gelsomino Notturno”, si può notare come la “sinestesia” (termine che prevede l’accostamento di due parole appartenenti a  piani sensoriali diversi) trasferisce la sensazione olfattiva del colore rosso alle fragole, in un’associazione del sistema sensoriale visivo con quello olfattivo.

Quindi, partendo dall’assunto che le parole possono “trafiggere” come la lama di un coltello e possono anche “accarezzare” come la mano più morbida che conosciamo, va anche detto che ci sono parole che per la loro fonetica, da un punto di vista auditivo, rappresentano esattamente quello che descrivono, letteralmente.

Prendiamo ad esempio le parole “Brutto” e “Bello”. La prima parola racchiude la lettera “T” che afferma la  durezza del vocabolo e quindi rappresenta, esattamente, quello che esprime; così come la seconda parola, dove la lettera “L”, afferma, esattamente, la dolcezza di ciò che anch’essa esprime.

Potremmo dilungarci molto sul potere delle parole e su come siamo troppo disattenti a prenderne consapevolezza e ad imparare a ben utilizzarle, sia che facciano parte di un nostro dialogo interiore, che vengano da noi utilizzate per dialogare con gli altri nei diversi ambiti in cui viviamo la nostra quotidianità.

Sono tre le chiavi del linguaggio influente, persuasivo, cui Raffaele Galasso, fa riferimento nei propri corsi di formazione e sono:

-          Consapevolezza: ovvero l’obiettivo che ci prefiggiamo di raggiungere quando comunichiamo ed utilizziamo uno specifico linguaggio;

-          Saper emozionare;

-          Conoscere i filtri di base della comunicazione:

a)      Primari: Attività, informazioni, tempo, luoghi, persone, cose;

b)      Valutativi: valutazione interna (auto attributiva) – valutazione esterna (etero attributiva);

c)       Frammentazione: in quanti pezzi scomponiamo la realtà;

d)      Confronto: differenze o similitudini che facciamo tra le cose, le persone, i contesti, ecc..      

Per concludere questo breve "incipit", proviamo a fare questo esperimento e da oggi in poi, prestiamo attenzione a quello che ci viene detto, in particolare, quando sentiamo che quelle parole hanno su di noi un significato emotivo particolare, sia piacevole che spiacevole e moduliamo la nostra conversazione su un piano più comunicativo e persuasivo; ascoltiamoci ed ascoltiamo gli altri. Diventiamo consapevoli del potere che abbiamo di poter far star bene o male, in primis noi stessi e subito dopo, i nostri interlocutori, sia esso un figlio, il partner, un genitore, il collega di lavoro, il compagno di scuola, un amico ecc. ecc. .

 

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