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QUEL MONDO SOMMERSO…CHIAMATO INCONSCIO. Gli stili comunicativi: Assertivo, Aggressivo, Passivo

- Articolo di Massimo Catalucci ----------- 

La punta dell’iceberg che emerge dall’acqua, non è la parte più estesa del blocco di ghiaccio galleggiante che possiamo osservare.

Direte, cosa c’entra questo con l’inconscio?

La risposta ce l’ha data  Freud, che ha utilizzato proprio la metafora dell’iceberg per rappresentare la parte coscia e la parte inconscia degli esseri umani, evidenziando che, quest’ultimi, sono erroneamente convinti che ciò che sviluppano con la parte cosciente, corrisponda sempre alla realtà di ciò che vivono, per cui tenderanno, nella maggior parte dei casi, ad avere un controllo della loro vita fondato, esclusivamente, sulla capacità di razionalizzare eventi, contesti, esperienze e relazioni interpersonali.

In realtà non è proprio così come la pensiamo in generale, specialmente, quando parliamo di comunicazione ed interazione tra gli esseri umani.

Lo ha spiegato molto bene la Dott.ssa Claudia Messeri (Psicologa del Benessere), che nel workshop di mercoledì 30 ottobre scorso, tenutosi presso l’Accademia NLS, ha saputo portare alla coscienza delle numerose persone che erano in sala, tutte iscritte al percorso formativo “Power Your Life Plus”, ciò che avviene nel momento in cui interagiamo con i nostri simili, da un punto di vista logico ed emotivo.

La Dott.ssa Messeri, all’inizio della sua conferenza, dal titolo – “Comunicazione: conosci il tuo stile comunicativo”, ha introdotto alcune nozioni di base riguardanti, appunto, gli assiomi su cui si fondano gli studi sulla comunicazione tra gli esseri umani, partendo dal principio che “non si può non comunicare” (Paul Watzlawickpsicologo austriaco)

Questo primo aspetto ci fa tornare alla mente anche altri passaggi filosofici, come la locuzione latina di Cartesio (filosofo e matematico del XVII sec.), “cogito ergo sum”, che sta ad intendere la certezza che l’essere umano ha di Sé (della sua esistenza) in quanto soggetto pensante e ci ricollega anche ad un altro aspetto, al concetto psicologico di “costruttivismo” di George A. Kelly (psicologo statunitense degli anni ‘50). Kelly, ha teorizzato che l’essere umano è “costruttore della realtà che vive”. Le esperienze che facciamo fin dalla nostra nascita (c’è chi sostiene da ancora prima, ovvero, quando siamo nell’utero di nostra Madre) producono delle “informazioni” che vengono captate e filtrate dentro di noi attraverso gli organi di senso e le emozioni, che codificano, soprattutto a livello inconscio, i segnali (stimoli) ricevuti dall’esterno: esperienze dirette e indirette del contesto che si vive e delle relazioni interpersonali; la cultura; l’educazione ricevuta; la lingua; ecc. ecc..

Partendo da questi due assunti ed ancora prima da quello teorizzato da Watzlawick, ogni interazione tra gli esseri umani produce una risposta sotto forma di pensiero e di azione, razionale ed emotiva. In ambito comunicativo, solitamente, siamo sordi alla voce dell’emotività, per dare sempre più impeto a risposte razionali che non risolvono l’eventuale conflitto comunicativo che può essere in atto tra due o più interlocutori.

E la motivazione per cui si entra in conflitto, è data proprio dalla parte responsabile di quella  “comunicazione sommersa” (si faccia riferimento all’iceberg) di cui, spesso nelle interazioni con i nostri simili, non teniamo conto.

Prima di proseguire è bene fissare l’assunto per il quale ogni atto comunicativo, preclude anche uno di relazione.

Come sappiamo, comunicare vuol dire trasferire un’informazione (messaggio) da una fonte ad un ricevente, in un articolato e continuo scambio di ruoli (fonte-ricevente) che da’ origine alla circolarità stessa del messaggio comunicativo.

In questa relazione anche senza parlare, possiamo scambiare con il nostro interlocutore messaggi emotivi che, in qualche modo recepiamo a livello inconscio, inducendoci a rispondere agli stessi, sulla base di ciò che, emotivamente, percepiamo e che, come suddetto, può non rispecchiare la realtà, bensì, ciò che noi interpretiamo della realtà che stiamo vivendo in quell’esatto momento.

Questo, naturalmente, da' seguito anche a comportamenti specifici che possono essere, nella comunicazione, interpretati con risposte reattive aggressive, passive o nel migliore dei casi, laddove si ha una padronanza dei propri stati emotivi, con risposte assertive.

Prima di spiegare i tre “stili comunicativi” di cui ha parlato la Dott.ssa Messeri nel workshop, è bene ricordare che la comunicazione viaggia sempre su tre canali: quello “verbale”, quello “paraverbale” e quello “non verbale”. La parte più importante della comunicazione, nel senso che può confermare o negare quanto detto in modo “verbale”, riguarda le modalità “para-verbale” e “non verbale”. Ora, senza entrare in merito ad un elenco approfondito,  possiamo citare alcuni elementi che caratterizzano le tre tipologie di comunicazione che hanno sempre un aspetto di contenuto e di relazione:

-         Verbale (aspetto di contenuto del messaggio) – Ciò che diciamo a parole, pronunciandole o scrivendole;

-         Paraverbale (aspetto di relazione del messaggio) – Come pronunciamo a parole un messaggio: tono di voce, frequenza ritmica delle parole, volume, colore, intensità; nel caso della scrittura, come scriviamo alcune parole: intensità del tratto grafico, modalità di composizione delle parole e delle lettere che formano le parole, gli spazi, ecc. (si vedano gli studi psicologici sulla grafologia) N.B. Questo aspetto grafico della scrittura, può rientrare sia nel “paraverbale” che nel “non verbale”;

-         Non Verbale (aspetto di relazione del messaggio) – Ciò che facciamo mentre comunichiamo verbalmente e paraverbalmente: utilizzo dello spazio intorno a noi (prossemica); il nostro modo di gesticolare e gli scarichi emotivi che produciamo attraverso il corpo: modalità respiratoria, movimenti oculari e delle palpebre, della bocca, toccarsi i capelli o altre parti del corpo, sia verso noi stessi che verso gli altri, ecc. ecc..

Per avere una comunicazione che arrivi al nostro interlocutore in maniera diretta, chiara e senza fraintendimenti, è importante che tutti e tre i canali comunicativi, “Verbale”, “Paraverbale” e “Non Verbale”, siano congrui tra loro, ovvero, ciò che dico (verbale) deve essere confermato dal modo come lo dico (paraverbale) e da cosa faccio mentre lo dico (non verbale).

Successivamente, assunto questo principio, possiamo andare a valutare gli stili comunicativi che sono tre tipi base, ASSERTIVO, AGGRESSIVO, PASSIVO, anche se dovremmo dire che sono quattro, in quanto lo stile “AGGRESSIVO” presenta due modalità comunicative, una “diretta” e l’altra “indiretta” (vedi schema sotto).

E’ evidente che avere una comunicazione assertiva, ci permette di avere un equilibrio comunicativo-relazionale, che potremmo così descrivere: “io esisto, con la mia visione personale del mondo; l’altro esiste, con la sua visione personale del mondo; entrambi abbiamo pari diritti e bisogni che dobbiamo rispettare e soddisfare.”

Gli altri tre modelli minano la qualità della comunicazione e delle relazioni, perché da una parte troviamo l’aggressivo diretto che non perde occasione per accusare l’altro e per soddisfare i propri diritti e bisogni a discapito degli altri: “esisto io e i miei bisogni, non mi importa degli altri dei loro diritti e glielo faccio notare.” Atteggiamento questo, che apparentemente può destare sicurezza e determinazione, mentre, in realtà nasconde insicurezza, scarsa stima di Sé che la persona vuole mascherare avendo un atteggiamento, appunto, aggressivo e diretto.

Un’altra forma dello stile comunicativo aggressivo è quella indiretta, dove troviamo la persona che può anche manifestare insicurezza verso quelli che sono i suoi diritti ma, allo stesso tempo, non considera quelli degli altri: “non sono sicuro delle mie ragioni, comunque, non mi interessa considera l’opinione dell’altro

Infine, la forma passiva è l’annullamento del Sé, della propria persona, dei propri diritti e bisogni a fronte di un altruismo nocivo.

Per meglio comprendere gli stili comunicativi, faremo un esempio nel quale, figurativamente, sono compresi tutti.

Immaginiamo di essere in una riunione di lavoro e che sia in atto una comunicazione dai toni alti.

In questo contesto, vedremo che ci sono persone che tenderanno a far prevalere le loro ragioni, attuando un comportamento aggressivo diretto, imponendole anche con frasi offensive esplicite e prevaricando l’espressione dell’opinione altrui, del tipo: “stai zitto tu che non hai mai capito niente, sei solo capace di lamentarti e non sai mai trovare una soluzione adeguata. So io cosa bisogna fare” – Altri, letteralmente, parlando, si faranno da parte e non entreranno mai in discussione con nessuno dei presenti. Diciamo che, se potessero, si smaterializzerebbero, pur di non dire la propria opinione…e questi sono i passivi. Poi, ci sono i manipolatori, ovvero, gli aggressivi passivi (o indiretti) che anche con un po’ di sarcasmo e finta pacatezza, sfodereranno un comportamento seducente che, solo apparentemente, sembra di voler ascoltare gli altri mentre, in realtà l’attenzione è rivolta solo su se stessi. Infine, vedrete che nella scena, ci saranno persone che cercheranno di mediare tra le varie posizioni personali emerse in merito al problema da risolvere, ascoltando le ragioni di tutti. Queste persone, evidenzieranno i punti di forza e di debolezza del tema centrale motivo della discussione per canalizzarla poi, verso una critica costruttiva che possa produrre una soluzione soddisfacente per tutti.

A conclusione di questo “breve inciso” sugli stili comunicativi (molto ci sarebbe ancora da dire), è importante evidenziare che la comunicazione assertiva, rivela, da un punto di vista socio-psico-emotivo, un aspetto “equilibrato” della propria “Identità”, mentre, le altre forme di “aggressività” e “passività”, manifestano nella persona uno “squilibrio” della propria “Identità” che sfocia, principalmente, nella loro insicurezza. E’ bene sottolineare che per squilibrio, non intendiamo un disturbo della personalità, bensì, lo riconduciamo, esclusivamente, a quanto qui trattato, evidenziando che lo stile assertivo, rispetto agli altri, permette una maggiore e soddisfacente, capacità comunicativa e relazionale.

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